venerdì 19 giugno 2015

Il malato inguaribile (parte seconda)



Trattamento terapeutico degli assassini seriali e cause di insuccesso


                        I trattamenti terapeutici

Riguardo al trattamento terapeutico del serial killer emergono due linee opposte.

Se da una parte viene considerato possibile un trattamento ed un reinserimento dell’assassino seriale all’interno della società, dall’altra viene ritenuta impossibile una risocializzazione.

La prima posizione è sostenuta in Paesi come il Canada, la Scandinavia, la Germania e l’Inghilterra; la seconda è sostenuta , in particolare, dagli Stati Uniti.

Secondo Anderson e Dubner, infatti, i serial killer “sono destinati ormai a continuare ad uccidere”.


In Italia è ancora sottostimata l’entità del fenomeno, infatti la preoccupazione principale degli operatori riguarda la diagnosi e non un piano terapeutico. I trattamenti finora sperimentati sono stati effettuati su psicopatici e criminali sessuali, ma per i serial killers non è mai stata formulata un’ipotesi di trattamento mirato.

Gli studiosi americani, partendo dal presupposto che i crimini vengono compiuti per anomalie fisiologiche, hanno dato grande spazio ai trattamenti organici: tecniche neurochirurgiche, castrazione chirurgica e chimica, terapia psicofarmacologica.
In effetti, i trattamenti effettuati su criminali sessuali sembrano aver ridotto il tasso di recidiva(Marshall e Pitners).

I suddetti trattamenti, a nostro modesto parere , poco si adattano ad un assassino seriale, in quanto, pur riducendo l’impulso sessuale, non sono in grado di modificare ossessioni e distorsioni.

Dall’analisi della letteratura non si evince alcuna documentazione scientifica sul trattamento psicoanalitico, ma, a parere di alcuni studiosi del calibro di A. Bonifazi, R. De Luca e B. Giambra, un tale approccio terapeutico sarebbe utile se integrato a terapie comportamentali, cognitive e farmacologiche.





      Cause di insuccesso nel trattamento di un omicida seriale


Gli unici esperimenti di trattamento di cui ci giunge notizia, riguardano gli Stati Uniti e tutti sono pervenuti ad esiti negativi.
Nelle carceri, in generale, l’approccio utilizzato con gli assassini seriali è sempre stato quello comportamentale, dal momento che l’obiettivo primario dei sistemi penali è rendere accettabile il comportamento del detenuto al fine di una gestione più serena e meno conflittuale della vita carceraria.
Tale approccio, se risulta efficace con i pazienti “normali”, risulta, invece, del tutto inefficace sui serial killers, in quanto crea un’aderenza alle regole terapeutiche di breve durata e non procura cambiamenti stabili.

Newton elenca numerose cause di insuccesso terapeutico:

·         Le prigioni sovraffollate provocano sul detenuto, che cova al suo interno pulsioni e aggressività, uno stress continuo che può annullare gli effetti benefici di una possibile terapia.
·         Un detenuto può sperare di lasciare il carcere dopo pochi anni, anche se deve scontare una pena lunga. Non sono certamente pochi i casi in cui un assassino seriale, venga rilasciato dopo poco tempo dalla condanna, perché giudicato non “socialmente pericoloso”. Invariabilmente è tornato ad uccidere.

·         Ospedali psichiatrici ed istituti preposti alla cura delle malattie mentali non possiedono sufficienti fondi per impostare un piano terapeutico personalizzato per ogni paziente. L’operatore che sottopone il detenuto ad un trattamento, può erroneamente giudicarlo guarito ed esprimere parere favorevole alla commissione che esamina le istanze di liberazione anticipata.

Bisogna, però, tenere in dovuta considerazione, che i serial killers sono abilissimi manipolatori, capaci di mostrarsi miti e inoffensivi, per periodi di tempo molto lunghi, ad operatori di scarsa esperienza nel campo della psicologia criminale.




             Insuccessi italiani



Non mancano in Italia casi di assassini rimessi in libertà, per sconti di pena o permessi-premio concessi incautamente.

Ne riportiamo qualcuno:


Salvatore Avvantaggiato


Viene condannato all’ergastolo nel 1977 per aver ucciso a martellate una donna, durante un furto in appartamento. Avvantaggiato si mostra in carcere un detenuto modello, a tal punto che, come previsto dalla legge, dopo dieci anni di detenzione, comincia ad usufruire  di permessi-premio.
Durante l’ultimo permesso nel 2000, Avvantaggiato si reca a casa di una prostituta e, durante un raptus, la uccide, sfondandole il cranio a martellate.
Si sospetta che l’assassino, nelle precedenti uscite, avvenute nell’arco di dodici anni, abbia potuto uccidere altre donne con le medesime modalità.

Primo Bisi

Nel 1963 sorprende la moglie in compagnia dell’amante e uccide quest’ultimo, colpendolo ripetutamente alla testa con una spranga di ferro.
Condannato a quattordici anni di carcere, torna libero nel 1975. Per venticinque anni conduce una vita irreprensibile. Nel 2001 scopre la nuova moglie con un amante e spara, uccidendoli entrambi.

Sergio  Natalini

Operaio edile. Tre zii paterni ricoverati in manicomio per schizofrenia ed egli stesso sofferente di ritardo mentale ed epilessia.
Natalini uccide tre donne con le quali ha una relazione. Nel 1974 uccide la prima donna sparandole alla testa e si costituisce. Viene condannato a dodici anni di carcere, ma ottiene la libertà vigilata per “buona condotta” dopo cinque anni.
Nel 1983 si invaghisce di una donna, la quale si rifiuta di vivere con lui. Le taglia la gola e viene condannato a ventuno anni di carcere, poi ridotti a diciotto in appello, per omicidio volontario, più altri tre da trascorrere nell’OPG di Aversa.
Natalini ottiene due licenze premio e, durante la seconda, si innamora di una donna che lo respinge. Al rifiuto di lei, la strangola.
Questa volta viene condannato all’ergastolo, dopo che una perizia psichiatrica lo definisce afflitto da un “disturbo esplosivo ad intermittenza”.






Un caso clamoroso: Angelo Izzo





Angelo Izzo: il “Mostro del Circeo”.

Insieme a due amici, Gianni Guido e Andrea Ghira, invita in una villa del Circeo, due ragazze, Rosalia Lopez, che sarà violentata e uccisa, e Donatella Colasanti, che si salverà fingendosi morta.

Izzo, condannato all’ergastolo, mette in atto, da questo momento, un progetto di manipolazione del nostro sistema giudiziario, al fine di migliorare la sua posizione detentiva.

Durante il processo per la strage di Piazza Fontana, fornisce informazioni che, in un secondo tempo, si riveleranno infondate.
Grazie a questa collaborazione con la giustizia, ottiene permessi premio, l’ammissione al lavoro esterno e la semilibertà.

Nel 2003, durante il regime di semilibertà, Izzo conosce il pastore evangelico Dario Saccomanni, che si occupa del recupero dei detenuti, ed è presidente della cooperativa “Città futura”, dove Izzo lavora.
Apparentemente, il “Mostro del Circeo” mostra zelo, divenendo punto di riferimento per i giovani in difficoltà che si rivolgono alla cooperativa, nella realtà il suo obiettivo consiste nel soddisfacimento di un ossessivo bisogno di onnipotenza e manipolazione.

A Campobasso, nel 2005, dopo trent’anni, Izzo torna ad uccidere: le vittime ancora due donne, madre e figlia.
Il duplice delitto risulta premeditato, non il frutto di un improvviso raptus.

Dichiarazione dell’assassino: ”Sentivo la violenza che veniva fuori. E provavo il desiderio di uccidere di nuovo, per questo l’ho fatto. Se non fossero state le due donne, avrei ucciso qualcun altro”.




Riteniamo che, a questo punto, si ponga il problema delle “misure alternative”.


Sono di indubbia utilità, ma l’applicazione di esse non dovrebbe essere estesa a soggetti psicotici e con tendenze manipolative.

Il problema vero e proprio riguarda il metodo di valutazione utilizzato per individuare i detenuti, ai quali concedere le misure alternative.

Vittorino Andreoli, psichiatra e perito, ha affermato, in più di un’occasione pubblica, che diventa molto difficoltoso valutare la personalità di un soggetto recluso in carcere perché “psichiatri e psicologi, per mettere sulla bilancia ciò che va e ciò che non va, hanno a disposizione tre, quattro incontri di circa un’ora. Desolante. Si può fare un’analisi di chi si vede così, al volo? E poi, durante questi abboccamenti, c’è anche una marea di moduli da compilare. Per di più queste conversazioni in cui è difficile stabilire un benché minimo feeling, avvengono sotto gli occhi di un secondino. Con il detenuto che, ovviamente, è pronto a mostrarsi nella sua veste più appetibile”.

Per quanto concerne, poi, le comunità di recupero, all’interno delle quali lavorano i detenuti, sono spesso controllate da religiosi che vogliono vedere, a tutti i costi, “il bene presente nell’animo umano” continua Andreoli.
A ciò bisogna aggiungere che vi lavorano volontari senza alcuna preparazione utile a riconoscere psicopatia e processi di manipolazione.


Nel sistema anglosassone, una diversa procedura fornisce la possibilità di un esame più approfondito dei detenuti, ai fini della concessione di misure alternative.

Il soggetto da valutare viene trasferito in una speciale residenza dove rimane, per quindici giorni, a disposizione degli psichiatri, affinché possa instaurarsi un reale rapporto con gli operatori da consentire una più oculata valutazione.
Tale procedura non è certo esente da errori, ma almeno riduce il rischio di recidiva, evitando la valutazione di un detenuto solo in base ai suoi atteggiamenti esteriori.












martedì 16 giugno 2015

Il MALATO INGUARIBILE ( parte prima)

    
            Insuccessi terapeutici sui serial killer e divagazioni sul tema






Proprio l'imperiosità del comando "non uccidere" ci assicura che discendiamo da una serie lunghissima di generazioni di assassini, i quali avevano nel sangue, come forse ancora abbiamo noi stessi, il piacere di uccidere. Sigmund Freud


                                                                  
                                       Definizione di serial killer


Moltissimi autori, negli ultimi anni, hanno approfondito la definizione e la descrizione di serial killer.

In questa sede, riportiamo la definizione di Ruben De Luca, in quanto, a nostro parere, ci guida alla comprensione di un fenomeno tanto complesso: ”L’assassino seriale è un soggetto che mette in atto personalmente due o più azioni omicidiarie separate tra loro oppure esercita un qualche tipo di influenza psicologica affinché altre persone commettano azioni omicidiarie al suo posto. Per parlare di assassino seriale, è necessario che il soggetto mostri una chiara volontà di uccidere, anche se poi gli omicidi non si compiono e le vittime sopravvivono: l’elemento centrale è la ripetitività dell’azione omicidiaria. L’intervallo che separa le azioni omicidiarie può andare da qualche ora a interi anni e le vittime coinvolte in ogni singolo episodio possono essere più di una. L’assassino seriale agisce preferibilmente da solo, ma può agire anche in coppia o come membro di un gruppo. Le motivazioni sono varie, ma c’è sempre una componente psicologica interna al soggetto che lo spinge al comportamento omicidiario ripetitivo. In alcuni casi, vanno considerati assassini seriali anche i soggetti che uccidono nell’ambito della criminalità organizzata, i terroristi, i soldati”.


                         Gli omicidi seriali nel mondo e il “numero oscuro”

Fino a pochi anni fa, non esistevano né studi né statistiche affidabili. Solo recentemente, è stata avviata una ricerca che colloca l’Italia al terzo posto, per numero di serial killer, dopo USA e UK. Necessita, però, tenere presente il problema del cosiddetto “numero oscuro”.

Il “numero oscuro” è costituito da quei casi che non vengono registrati dalle agenzie di controllo e, quindi, non rientrano nelle statistiche ufficiali.

Molti serial killers tendono, infatti, a confessare di aver commesso più omicidi di quanti ne abbiano commesso in realtà. Tale falsa dichiarazione è motivata da narcisismo, dal voler dare più importanza alla propria figura. Altri, invece, rivelano i nomi delle vittime ad intervalli periodici, in modo da rallentare le indagini e, soprattutto, tenere alto l’interesse dei massmedia.

Altro problema riguarda il “copycat serial murder”, omicidio seriale per imitazione. Ci si trova davanti a questo fenomeno, quando un soggetto instabile, seguendo attraverso i massmedia un caso di omicidio seriale, si identifica nell’assassino tanto da imitarne le azioni criminose. Ciò porta a ritenere un’unica serie omicidiaria, quella che in realtà è compiuta da due assassini che agiscono separatamente.

Il “numero oscuro” trova alimento anche nella cessazione improvvisa della serie omicidiaria.
A tal proposito, è possibile formulare diverse ipotesi:

·         Morte del serial killer, spesso per suicidio

·         Arresto e pena detentiva del serial killer per altro reato

·         Scelta, da parte del serial killer, di un luogo diverso dove cacciare le sue prede

·         Interruzione della compulsione ad uccidere per un cambiamento di vita, che porta il serial killer a trovare gratificazione nel ricordo degli omicidi compiuti

Convergono nel numero oscuro, gli omicidi seriali commessi negli ospedali, nelle case di cura e nei ricoveri per anziani.

In questo caso, non è facile provare con certezza la colpevolezza di un individuo, dal momento che non sempre esistono prove concrete, testimoni oculari e sufficienti indizi.

Esiste una banca dati europea: European Serial Killer Data Bank, finalizzata all’ individuazione delle caratteristiche di ogni nazione e alla comparazione con il campione americano.
Da questi dati emerge che l’omicidio seriale è più frequente nei paesi dell’Europa settentrionale e le nazioni che occupano i primi posti sono le più industrializzate. Nelle zone più industrializzate, infatti, il grado di alienazione è più elevato e le relazioni affettive e sociali sono frammentate. Conseguenza di siffatta condizione sono la solitudine e la sfrenata competitività, cifra comune dei paesi sviluppati.


       Meccanismi psicologici degli omicidi seriali


Gli studiosi concordano nell’affermare che esperienze traumatiche durante l’infanzia e l’adolescenza, siano determinanti nella scelta di un comportamento deviante. C’è da dire, però, che non tutti gli individui che hanno esperito situazioni difficili, di abuso, di emarginazione, di abbandono, diventino serial killer.
Per comprendere meglio le radici del fenomeno, ci viene in aiuto una prospettiva teorica basata sul modello sistemico-relazionale.
Secondo tale teoria, i serial killer sarebbero la risultante di una coazione tra  famiglia di provenienza, sistema genitoriale, dinamiche relazionali e personalità e caratteristiche fisiologiche individuali.
 Il comportamento omicidiario sarebbe, pertanto, il prodotto di un intreccio tra il fattore individuale, socio-ambientale e relazionale.

Da diversi studi emergono delle costanti presenti in molti serial killer:

·         Figlio illegittimo

·         Figlio di un genitore abusivo

·         Orfano di entrambi i genitori

·         Vittima di violenze fisiche, psicologiche e/o sessuali perpetrate da uno o da entrambi i genitori


Nell’infanzia è fondamentale la costituzione di un buon “legame di attaccamento” fra il bambino e il genitore e con il procedere della formazione del legame, il bambino si identifica e cerca il contatto con il genitore o con chi ne fa le veci.
La mancata costruzione del “legame di attaccamento”, potrebbe provocare nel futuro adulto incapacità di empatia, di provare sentimenti di affetto o rimorso nei confronti di un altro essere umano.

La maggior parte dei serial killers proviene da una” famiglia multiproblematica” che, secondo la definizione di Mazer, è “ogni gruppo familiare composto da due o più persone, in cui più della metà dei membri ha sperimentato problemi di pertinenza con un servizio sociale e/o sociosanitario o legale”.

Tutti i serial killer avvertono come negativa la loro esistenza e vivono un forte senso di inferiorità fisica, psichica, sociale, sessuale. La solitudine, l’emarginazione e l’insicurezza li portano a colmare questo vuoto interiore, con una sfrenata necessità di protagonismo e con un comportamento narcisistico.
 Si sdoppiano fra una vita una vita pubblica convenzionale ed una segreta, perversa e turbata da fantasie sadiche. Quando, poi, passano dall’ immaginazione all’ atto, cioè dopo aver provato il gusto del dare la morte, non riescono più a smettere.


   Segni premonitori del comportamento del serial killer


M. Newton compone un elenco di sintomi che, durante l’infanzia o l’adolescenza, possono indicare un futuro comportamento omicidiario:
·         Isolamento sociale

·         Difficoltà di apprendimento ed insuccesso scolastico

·         Sintomi di danni neurologici (forti mal di testa, crisi epilettiche, scarsa coordinazione muscolare, incontinenza)

·         Bisogno immotivato e cronico di mentire

·         Ipocondria

·         Mancanza di autocontrollo

·         Attività sessuale precoce e violenta

·         Ossessione per il fuoco, il sangue e la morte

·         Crudeltà verso gli animali e/o le persone

·         Comportamento autodistruttivo (automutilazione, disturbi alimentari, abuso di alcol e altre sostanze)

·         Cleptomania

·         Precoce uso di stupefacenti



                                                                                                                                                                  Vittimologia dell’omicidio seriale



Omicidio seriale di donne

Il serial killer solitamente sceglie ragazze molto giovani o donne anziane, per avere un vantaggio fisico che gli permetta di sopraffare la vittima. Attraverso la cattura e l’uccisione, l’assassino, che si ritiene sessualmente inadeguato, si riappropria della sua virilità e della stima di se stesso. La soddisfazione raggiunta non è, però, duratura, tanto che l’assassino deve reiterare l’azione omicidiaria.

Fra le donne, ha una maggiore “predisposizione vittimogena” la prostituta.
La rendono vittima ideale i seguenti elementi: è abituata ad essere avvicinata da uomini sconosciuti; è disposta a seguire il cliente in un posto isolato; quando una prostituta sparisce o ne viene ritrovato il cadavere, spesso si pensa che sia stata uccisa dal protettore o da qualcuno legato al giro della prostituzione; rappresenta simbolicamente il peccato e ciò può far scattare violenti meccanismi psicologici.

La studentessa è un tipologia di vittima specifica degli Stati Uniti.
La sua vulnerabilità è data dal fatto che gli studenti, nei campus universitari, vivono da soli o con altri compagni e senza la sorveglianza dei genitori.



Infanticidio seriale

I bambini rappresentano vittime ideali perché facilmente manipolabili da un adulto.
Il serial killer, a volte, si presenta vestito da poliziotto o da prete, figure che per il bambino sono rassicuranti. L’omicidio è spesso preceduto da molestie o violenza sessuale.

Omicidio seriale di massa

L’assassino, uccidendo più persone nella stessa azione omicidiaria, alimenta la sua smania di onnipotenza.

Omicidio seriale di coppia

Scopo dell’assassino è cancellare una relazione che non riesce a sopportare, cioè quella fra un uomo e una donna.
Si tratta, in questo caso, di individui che, a causa di gravissimi problemi relazionali, non riescono ad instaurare un rapporto con una donna. La maggiore aggressività si manifesta nei confronti della figura femminile.


Omicidio a vittimologia mista

Alcuni assassini seriali hanno solo bisogno di uccidere, al di là del sesso, dell’età delle vittime e del simbolismo psicologico che può rappresentare.



    Vittimologia allargata: il genitore del seria killer e i parenti delle vittime


Un genitore che scopre il proprio figlio essere un serial killer, attraversa diverse e ben definite fasi emotive:
·         Incredulità e negazione dell’evento

·         “Meccanismo dello spostamento”: accettazione dell’evento e spostamento della responsabilità su terzi (qualcuno avrebbe esercitato una negativa influenza su di lui)

·         Accettazione dell’evento e spostamento della responsabilità su se stesso

·         Percezione del fallimento del proprio ruolo di genitore


I parenti delle vittime manifestano frequentemente i sintomi del PTSD (Disturbo post-traumatico da stress): ansia, depressione, sintomi dissociativi, riduzione della recettività emozionale.











                                                                   

domenica 14 giugno 2015

Se il paziente è anche detenuto



     Allarme salute detenuti in Italia: 2 su 3 sono malati  
                                

Si è tenuto a Cagliari, dal 3 al 5 Giugno, il Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe) per la tutela delle condizioni di salute dei detenuti italiani: "Se il paziente è anche detenuto".

La SIMSPe è una Onlus che si occupa di tutelare la salute dei detenuti, elabora studi, cura la formazione di infermieri, psicologi, medici che operano negli istituti penitenziari italiani.

Il professore Sergio Babudieri, Coordinatore Scientifico del Congresso e Presidente della SIMSPe spiega"Il titolo è già eloquente. Si tratta di un richiamo per tutta la nostra categoria di medici, ma anche per infermieri, operatori sanitari, agenti di polizia penitenziaria che operano all'interno dei 199 istituti penitenziari italiani, che deve ricordare che stiamo parlando di pazienti. Sono detenuti, ma in primo luogo sono dei pazienti".

Secondo i risultati dell'indagine presentata durante il Congresso, almeno 2 detenuti su 3 sono malati.
Le malattie più frequenti sono infettive ed interessano il 48% dei detenuti. Seguono i disturbi psichiatrici al 32%, le malattie osteoarticolari al 17%, le malattie cardiovascolari al 16%, i disturbi metabolici all'11% e dermatologici al 10%.

La popolazione detenuta in Italia nell'ultimo decennio è cresciuta dell'80%. Presenze: 53498. Capienza: 49493. Il sovraffollamento equivale a + 8,1%.
La maggior parte delle carceri italiane presentano elementi comuni: bagno e cucina nello stesso locale, bagno alla turca o water separati da un muretto di neanche 1 metro, cambio di lenzuola ogni quindici giorni.
L'assistenza sanitaria è di pessima qualità per insufficienza di personale.

Bisognerebbe attenzionare anche il rischio suicidario nelle carceri.

Dall'indagine condotta dall'ARS Toscana sulle regioni Toscana, Lazio, Umbria, Veneto, Liguria, Campania (Salerno), il 53% dei detenuti è stato valutato a rischio suicidio.
Su 13781 detenuti, 666 avevano messo in atto almeno 1 gesto autolesivo, in molti casi reiterato.

E' preoccupante la condizione dei minorenni.

 Lo studio ne ha presi in esame 86 fra ragazzi e ragazze con età media di 17 anni.Il gruppo etnico più rappresentativo proviene dall'Europa dell'Est. Il livello scolastico è bassissimo.
Circa il 40% del totale dei minori considerati ha manifestato almeno 1 malattia. Sono risultate più frequenti le patologie psichiatriche.
Il fenomeno evidenzia la necessità di un intervento urgente, ancor più che sulla popolazione detenuta adulta, volto al recupero fisico, psicologico e sociale di questi soggetti.

Circa 20000 detenuti soffrono di una malattia mentale: psicosi, depressione, disturbi bipolari e di ansia, disturbi di personalità borderline e antisociale.
A volte sono già ammalati, altri si ammalano durante la detenzione, complici il sovraffollamento, le strutture fatiscenti, la popolazione straniera e il contesto sociale di difficile gestione.

La chiusura degli OPG

Con la chiusura degli OPG ( Ospedale Psichiatrico Giudiziario) si dovrebbe finalmente aprire per i detenuti una fase terapeutica. Questo però sulla carta.
In teoria i reclusi dimissibili dovrebbero cominciare un percorso di reinserimento a cura dei Dipartimenti di Salute Mentale di residenza; i non dimissibili, vale a dire quelli considerati pericolosi per sé e per gli altri, dovrebbero andare in carico alle Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza): strutture molto piccole, 20 letti, espressamente terapeutiche e con personale esclusivamente sanitario.
Ripetiamo, tutto ciò in teoria, perché Rems ancora non se ne vedono o se ne vedono pochissime approntate in tutta fretta su vecchie strutture carcerarie.
Quindi gli OPG, definiti da tutti "estremo orrore",continueranno ad esistere e funzionare.

 Se un giorno ci saranno i Rems, cambierà veramente qualcosa?

La facciata è nuova: i nuovi edifici dovrebbero somigliare a cliniche terapeutiche di educazione e riabilitazione degli internati. Ma la sostanza cambierà?
Nella realtà queste strutture potrebbero essere nuovi OPG passati dalla gestione dello Stato a quella delle Regioni.
Molto preoccupante.
Foraggeranno i privati per la costruzione e la gestione? Gli appalti frutteranno milioni di euro di finanziamenti regionali?
Potrebbe essere la solita storia italiana.

Per l'ennesima volta emerge la necessità di interventi legislativi a tutela della dignità della persona e del rispetto dei diritti umani, in primis quello alla salute, sancito dalla nostra Costituzione.

Qualche fanatico dell' "occhio per occhio e dente per dente" torcerà il naso, ma il detenuto è anche un paziente e come tale va sostenuto e curato, sempre e comunque.